Testo biblico con commento

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Testo biblico con commento

2020

Giugno

Speranza e non disperazione: Isaia 43,1-3

Ora così dice il Signore che ti ha creato, o Giacobbe, che ti ha plasmato, o Israele: «Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni. Se dovrai attraversare le acque, sarò con te, i fiumi non ti sommergeranno; se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai, la fiamma non ti potrà bruciare, poiché io sono il Signore, tuo Dio, il Santo d’Israele, il tuo salvatore. (Isaia 43,1-3)

Al tempo in cui furono scritte queste parole del libro di Isaia, il popolo di Israele si trovava in una situazione molto difficile: Gerusalemme, il suo centro culturale e religioso, era stato distrutto e una grande parte della popolazione di Giuda era stata deportata, costretta a vivere in esilio. L’ex regno era ora una piccola e insignificante parte dell’impero babilonese.

Eppure i capitoli del libro che Isaia ha scritto in questo periodo sono capitoli di speranza e non di disperazione. Com’è possibile? Lo scrittore sta chiudendo gli occhi sulla realtà, immaginando un mondo da sogno nel quale le persone potrebbero fuggire quando il mondo reale è troppo doloroso? Ovviamente no, ma allora in che modo l’autore può ridare speranza al suo popolo che vive in esilio, mentre la sua patria va in rovina?

Prima di tutto ricordando loro chi è Dio. Non è un Dio lontano che non li conosce e non conosce la loro sofferenza. No, è colui che li ha creati, che ha voluto l’esistenza del suo popolo in generale e di ogni persona in particolare.

In secondo luogo, chiamandoli per nome. Tutti ovviamente abbiamo un nome, ma a differenza della Bibbia molti di noi hanno un nome che è stato scelto in modo piuttosto arbitrario. Non era così a quei tempi: i nomi dicevano qualcosa sull’identità più profonda di una persona. Il nome di Gesù, ad esempio, significa “Il Signore salva” perché era questo che la vita di Gesù rappresentava. Quindi Dio che ci chiama con il nostro nome significa: vi conosco, so anche cosa state vivendo e ciò m’importa molto.

In terzo luogo, dà speranza al suo popolo ricordandogli un’esperienza collettiva del passato: un tempo erano stati degli esiliati, stranieri in Egitto. E il Signore li aveva fatti ritornare. Li aveva fatti passare attraverso l’acqua, guidandoli con una colonna di fuoco nel deserto verso la loro terra.

Fortunatamente la maggior parte di noi non vive in circostanze così difficili come quelle degli abitanti di Giuda al momento di questo testo. Eppure questo testo può certamente aiutarci ad affrontare le più grandi come le più piccole difficoltà della vita quotidiana. Anche se rimaniamo nel nostro paese, ci sono momenti in cui abbiamo la sensazione che la nostra vita, la nostra società o il nostro pianeta siano in rovina.

In un mondo che cambia così rapidamente e in cui molte persone, che lo scelgano o meno, si spostano da un luogo a un altro, è importante, come la quinta proposta per 2020 ci dice, “di trovare un luogo di ancoraggio interiore”. Come il popolo di Israele, possiamo ricordare che è Dio che ci ha creati e ci ama. Che ci conosce personalmente e ci ha liberati. E poi quando ci rendiamo conto che solo lui è santo, comprendiamo anche che alla fine nulla può davvero farci del male o meglio, come dice l’apostolo Paolo: Nulla potrà separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù, nostro Signore.

- Sono pieno di speranza? Perché sì o perché no?

- Quale rapporto c’è fra la mia speranza e la mia fede in Dio?

- Dove incontro Dio in mezzo alle difficoltà dell’esistenza?